E-learning

Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Rubrica Human Nature. "Come l'acqua per i pesci"
Rubrica Human Nature. "Come l'acqua per i pesci"

Introduzione: La divulgazione come impegno sociale
La serie di interventi che prende avvio con l’articolo che segue vuole costituire un significativo contributo della Fondazione Patrizio Paoletti al dialogo tra diversi ambiti scientifici: mai come ai nostri giorni si è sentita la necessità improrogabile di un tale dialogo, pena l’avviarci verso una pericolosa forma di incomunicabilità sociale. La nostra Fondazione, impegnata com’è in una ricerca costante sulle potenzialità dell’uomo ha costituito un gruppo di specialisti (neuroscienzati, psicoterapeuti, psicologi, pedagogisti e storici della filosofia), che possano offrire punti di vista e diffondere il dialogo tra varie discipline ai più vasti strati della popolazione. Ci proponiamo qui di intraprendere un viaggio attraverso un’opera di seria e profonda divulgazione che, rimanendo fedele alla correttezza scientifica e al rigore, sia in grado di attrarre il lettore verso la bellezza della conoscenza.

COME L'ACQUA PER I PESCI

La coscienza, come ha scritto il neuroscienziato Giulio Tononi, è «ciò che ci abbandona ogni notte quando cadiamo in un sonno senza sogni e ritorna la mattina dopo quando ci svegliamo». A partire da queste semplici parole iniziamo un percorso attraverso riflessioni che scienziati, filosofi e artisti hanno dedicato a questo tema, al termine del quale capiremo meglio quali siano le caratteristiche della coscienza.

Ma prima di tutto bisogna chiarire che, come suggerisce la nostra definizione, la coscienza non è un tema scientifico o filosofico qualsiasi, a cui ci si possa interessare o meno, ma una dimensione ineludibile della nostra vita e il luogo della nostra responsabilità verso noi stessi, prima ancora che verso gli altri. Capire meglio che cosa sia la coscienza vorrà dire dunque, anche, capire come e in che misura i contenuti della nostra esperienza quotidiana sono sotto il nostro controllo.

Cominciamo da una situazione banale: è mattina, siamo in città, e stiamo guidando un’automobile. La nostra impressione è di avere sotto controllo non soltanto la macchina, ma tutti i nostri pensieri. L’unica cosa che è davvero fuori controllo sembra essere il traffico, che ci costringe a sedere nell’abitacolo mentre ci scorrono intorno le altre auto. Ora, questa impressione di controllo assoluto è un’illusione! Con queste parole possiamo riassumere quanto ci ha insegnato – soprattutto negli ultimi decenni – un insieme di discipline che vanno sotto il nome di scienze cognitive (e includono filosofia, psicologia, linguistica, neuroscienze, antropologia culturale e intelligenza artificiale).

Per esempio, c’è una macchia cieca nel nostro campo visivo, cioè una piccola zona dove non vediamo nulla, perché corrisponde all’innesto del nervo ottico nella retina. In quella zona dovremmo vedere una macchia nera, e invece il nostro campo visivo è privo di interruzioni. Per accorgerci della macchia cieca, proviamo a chiudere l’occhio sinistro e a fissare la croce di questa figura con il destro. Andando avanti e indietro con la testa, vedremo scomparire il pallino sulla destra, in corrispondenza con il suo entrare nella macchia cieca.

 

Ora, la ragione per cui non vediamo la macchia nera è che il nostro cervello integra l’informazione visiva a nostra insaputa, usando i dati forniti dall’altro occhio o dalle zone circostanti. Si tratta di un esempio banale, e forse insignificante, ma è un caso esemplare di una “cecità” che attraversa tutta la nostra esperienza, di cui scopriremo molti altri esempi nel nostro percorso: per lo più ragioniamo, ci muoviamo, proviamo emozioni, iniziamo azioni, senza averne coscienza. E quando ci accorgiamo del risultato – i nostri pensieri, movimenti, le emozioni, le azioni divengono coscienti – elaboriamo una spiegazione di quello che sta succedendo: è il meccanismo che Michael Gazzaniga ha chiamato “modulo interprete”, e che svolge una funzione fondamentale nella elaborazione della nostra esperienza.

Si tratta anche – come ha osservato Patrizio Paoletti – di una struttura fondamentale per la nostra educazione e auto-educazione: osservando con attenzione gli altri, possiamo esaminarne i comportamenti, cogliendone e valutandone le sfumature di senso; osservando noi stessi, possiamo renderci conto dei nostri condizionamenti, e proporci di modificarli, ampliando la nostra capacità di comprensione. La stessa presa di coscienza ci fa apparire dunque una possibilità fondamentale, quella di educare il nostro “interprete”, rendendolo più flessibile, cioè in grado di cogliere ciò che prima non vedevamo e orientare diversamente il nostro agire.

Ma rispetto a questa possibilità le scienze cognitive – mentre ci annoiavamo alla guida dell’automobile e credevamo di essere alla guida della coscienza – ci hanno lanciato un’enorme sfida intellettuale: se la nostra coscienza è come la nostra visione, cioè contiene punti ciechi e elaborazioni inconsce su cui non abbiamo il controllo, come possiamo dire di controllare i nostri pensieri? Negli articoli e nei libri di molti filosofi e scienziati cognitivi, infatti, sembra che la nostra vita cosciente sia un «film», che include me stesso come personaggio, e di cui la coscienza ci offre lo spettacolo senza permetterci di intervenire. Torneremo su questa immagine, che propone una generalizzazione estrema dei risultati delle scienze cognitive (non soltanto singoli aspetti della coscienza, ma l’intera coscienza sarebbe il risultato di elaborazioni inconsce!). Per ora raccogliamone la sfida, che ci si presenta, con un po’ di inquietudine, nella domanda che dà il titolo all’ultimo libro di Gazzaniga: Chi è al comando?

Risponderemo a questa domanda, gradualmente, tenendo fermi due principi: il primo è dare il giusto peso alla conoscenza scientifica, e ai dubbi filosofici che questa alimenta, perché non vogliamo restare vittime di un autoinganno; il secondo è riconoscere la dimensione irriducibile della coscienza, che nessuna argomentazione sopprime, e che la conoscenza – fornita dalla filosofia, le scienze, l’arte – potrà farci vivere con maggiore lucidità.

Per capire subito quest’ultimo punto, e provare a riprendere le redini di noi stessi, torniamo in auto: il grande scrittore americano David Foster Wallace, in un discorso rivolto a una platea di studenti universitari, usò proprio questa situazione dell’essere alla guida in auto per raccontare i momenti in cui, con ogni evidenza, sta a noi decidere che cosa pensare per riempire i tempi "praticamente" neutrali. Wallace inizia il suo discorso con un bellissimo racconto:

«Ci sono questi due giovani pesci che nuotano insieme, e a un certo punto incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta, il quale fa un cenno di saluto e dice, “‘Giorno, ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e infine uno dei due si rivolge all’altro e fa, “Che diavolo è l’acqua?” Se temete che io intenda presentarmi a voi come il pesce vecchio che spiega cos’è l’acqua, non preoccupatevi. Non sono il vecchio e saggio pesce. Il punto fondamentale della storiella dei pesci è che le realtà più ovvie, ubique e importanti spesso sono quelle più difficili da vedere e di cui è più difficile parlare. Detto in questi termini, naturalmente, non è che un luogo comune - ma il fatto è che, nelle trincee quotidiane dell’esistenza adulta, i luoghi comuni possono essere una questione di vita o di morte».

Ecco, per trincee quotidiane Wallace intende proprio quei momenti apparentemente disimpegnati, in cui siamo nell’acqua – la nostra coscienza – e senza accorgercene. Wallace passa poi a illustrare la situazione in cui, mentre siamo in un ingorgo di traffico o in fila al supermercato, possiamo lasciarci occupare la coscienza da pensieri di irritazione e scontento, che lui chiama la «configurazione standard». Secondo la configurazione standard tutte le altre persone – come quelle che parlano a voce alta al telefonino, o che guidano enormi e inquinanti auto – ci sembrano stupidi e maleducati ostacoli rispetto al nostro obiettivo di tornarcene a casa a mangiare. Wallace ci invita a riflettere, però, sulla possibilità di resistere a questi pensieri, di cambiare esperienza, per esempio riflettendo su quello che stanno vivendo e hanno vissuto le altre persone:

«Se siete automaticamente sicuri di conoscere qual è la realtà, e chi e cosa è davvero importante - se volete operare secondo la vostra configurazione standard - allora voi, come me, non prenderete in considerazione possibilità che non siano insignificanti e fastidiose. Ma se imparate davvero come pensare, a cosa prestare attenzione, scoprirete che ci sono altre opzioni. Avrete il potere di vivere una situazione affollata, rumorosa, lenta, da inferno del consumatore, non soltanto come dotata di significato, ma anche sacra, animata dalla stessa forza che accende le stelle - compassione, amore, l’unità profonda di tutte le cose. Non è che questa roba mistica sia necessariamente vera: l’unica Verità con la V maiuscola è che siete voi a decidere in che modo cercare di guardarla. Siete voi a decidere coscientemente cosa ha
significato e cosa non ne ha. Siete voi a decidere cosa venerare»
.

In poche parole Wallace ci restituisce un ruolo nell’universo, e ci attribuisce una responsabilità enorme. Ne riparleremo, ma il messaggio per ora è chiaro: l'etica della coscienza si annida anche negli attimi in cui siamo in fila alla posta o in coda con la macchina.

Bibliografia:

M. Gazzaniga, "L'interprete", Di Renzo editore 2011
D.F. Wallace, Questa è l'acqua, Einaudi 2009

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