E-learning

Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Fornire matite temperate per una nuova didattica
Fornire matite temperate per una nuova didattica

di CIRO SCATEGNI

Estratto dell'intervento di Patrizio Paoletti in occasione della conferenza internazionale "Inner Design Technology an the Art of Meditation", realizzata mercoledì 13 novembre 2017 dalla Fondazione presso la Bar Ilan University, in Israele. In apertura, il presidente Paoletti ha raccontato la mission e gli obiettivi della Fondazione. Buona lettura!

"La Fondazione ha 17 anni di vita, un percorso ricco di relazioni, emozioni, scoperte, tutte centrate su un'idea: l’uomo che noi oggi conosciamo può ambire a diventare migliore. Può farlo imparando a rispondere in modo diverso alle domande che si pone, cambiando essenzialmente se stesso per partecipare al cambiamento della struttura sociale.

Ci occupiamo di didattica, un concetto solo apparentemente semplice. Siamo abituati a trasferire il nostro mondo, le nostre idee, le nostre consapevolezze e visioni attraverso strumenti come la parola o l’azione. Tutti abbiamo sperimentato una volta nella vita di incontrare persone con un sapere straordinario, ma del tutto incapaci di trasferire. Ecco cosa è la didattica: la capacità di trasferire il sapere, che è il punto centrale dell’evoluzione umana. La didattica è più della condivisione, della nominalizzazione delle cose. E' una relazione che apre mente e cuore, generando quell’attenzione necessaria perché ci sia, solo successivamente, il trasferimento e l’acquisizione.

Abbiamo cominciato a studiare come funziona il nostro cervello perchè ci è stato subito chiaro quale sia il la domanda centrale da porsi a livello didattico: cosa deve sapere colui che trasferisce? in quale condizione-stato deve essere colui che riceve?

Così abbiamo cominciato a studiare l’ambiente, il contesto e le circostanze che ogni ambiente e contesto generano, cercando di identificare ciò che facilita la comunicazione e ciò che la rende difficile, o addirittura impossibile. Quando la comunicazione diventa impossibile? Quando la paura prende il sopravvento sulla relazione e sulla risposta alla domanda centrale che il mio cervello si pone costantemente, e che accomuna tutti gli esseri umani: che cosa è? Che cosa devo fare? Quando ho paura, io non ho una risposta a questa domanda, se non una risposta reattiva: devo aggredire il mio aggressore. Il problema serio è che io posso diventare l’aggressore di me stesso.

Allora abbiamo cominciato a studiare i nodi neurologici: tutte quelle domande, tutti quegli eventi della nostra vita a cui non abbiamo ancora trovato una risposta soddisfacente. Immaginiamo che un nodo neurologico, come in un computer nella nostra mente, sia un programma sempre aperto che attende che io aggiunga o tolga qualcosa, al fine di trovare una risposta migliore a quella situazione che non ho compreso. Un nodo neurologico può determinare, condizionando, le mie scelte future e il mio approccio con l’altro.

Chi sono? Perché sono? Cosa sono? Cosa posso divenire? Sull’ultima domanda dobbiamo fermarci per un tempo sufficientemente lungo, permettendo a noi stessi di rispondere che il cambiamento dipende da noi.

Fondazione Paoletti è un ente che fa ricerca neuroscientifica e psicopedagogica al fine di creare una nuova didattica, quindi un nuovo modo di trasferire il sapere che non si riduca all’archiviazione, ma allo sviluppo della dimensione cognitiva e della consapevolezza. Tu sei la cosa più importante per me, perché il mio cambiamento e la qualità della mia vita dipende da te. Tutti i miei sforzi devono essere concentrati sul cambiarti per cambiarmi: influenzare l’ambiente non solo esteriore, ma interiore.

Quindi iniziamo a rispondere a questi nodi neurologici con un concetto semplice ma rivoluzionario: chi sono io? Io sono l’abilità di autoprogrammarmi, utilizzando due binari evolutivi: uno cognitivo, l’attenzione, e l’altro connesso alla consapevolezza, il piccolo fare o volontà. Dobbiamo ricordarci che noi siamo capaci di un piccolo fare, non di uno straordinario fare. Non abbiamo una straordinaria volontà, al di là di ciò che ci raccontiamo o ci piace credere. Come un capitano sa che un cambiamento di rotta di un solo grado al timone lo porterà in un altro porto, così noi dobbiamo impegnare noi stessi con costanza in questa piccola azione, nel nostro piccolo fare, che diventa una straordinaria azione se ci alleniamo a resistere all’espressione delle emozioni negative. Dobbiamo arrenderci ad offrire il meglio di noi, un concetto evolutivo. Non aspettiamo di essere perfetti per offrirlo, cominciamo a offrire a noi stessi e agli altri il meglio di cui siamo capaci ora.  

Oggi sappiamo scientificamente che il nostro cervello plastico cambia in base a ciò che riceve. Ciò di cui ci nutriamo è ciò che emerge dentro di noi. Siamo ciò che frequentiamo perchè ciò che frequentiamo modifica la struttura del nostro cervello. Quindi sappiamo che è indispensabile affermare una cultura del bello, del buono, del vero e del giusto. Questa cultura produrrà per l’umanità una nuova fase, una nuova idea filosofica in grado di ridisegnare noi stessi, consentendoci di attribuire a noi stessi un vantaggio migliore per noi.

Il nostro problema non è nella quantità e complessità del pensiero, ma nella mancanza nel posizionamento di esso. Rita Levi Montalcini ci stimolò già molti anni fa alla creazione di una nuova pedagogia, che insegnasse a bambini e adolescenti e, aggiungo, a noi adulti ad utilizzare l’area valutativa del nostro cervello per elaborare il presente attraverso una migliore comprensione del passato, col fine di non fare i nostri errori di ieri domani.

Per non sbagliare possiamo inserire nella nostra vita un concetto semplice: allenamento. Il concetto di allenamento è qualitativamente migliorativo perché comprende una valutazione di ciò che sono nel momento in cui inizio e la prefigurazione di ciò che sarò quando avrò finito. E’ ovvio che occorre che io ci sia, questo è il passaggio centrale che non ci piace. Ci sono molti io dentro di noi che desiderano cose diverse. Stiamo scientificamente cercando di decodificare queste diverse aree del cervello che contrastano tra loro. Questa condizione non ci consente di perseguire con facilità lo scopo superiore del nostro miglioramento.

La condizione in cui quotidianamente ci troviamo è questa: sollecitazione-risposta. Uno dei miei io, quello che comanda in quel momento, risponde, ma lo fa in modo automatico e inconsapevole (l’interprete di Gazzaniga). Noi ipotizziamo che sia possibile una condizione diversa per l’uomo. L’allenamento rende permeabile la membrana e fa sì che la sollecitazione possa raggiungere un nucleo più profondo di noi: lo spazio della consapevolezza. E' qui che la mia risposta alla vita e alla difficoltà può diventare, dall'essere semplicemente meccanica o dipendente da uno dei tanti io, maggiormente cosciente (area valutativa prefrontale di Montalcini).

[Mostrando il quadro "Mani che disegnano" di Escher, n.d.r.]
Questo è ciò che la Fondazione Paoletti cerca di fare: cercare di fornire matite temperate. A cosa servono? A disegnare un percorso sempre più preciso, dove il dettaglio è in grado di fare la differenza. Il percorso è questo: partiamo da ciò che c’è e dalla domanda ciò a cui tutti siamo soggetti "che cosa è? che cosa devo fare?" Il nostro socio, il nostro cervello, risponde ininterrottamente giorno e notte a queste domanda. Ma ciò che dobbiamo dire a noi stessi, è che dobbiamo spostarci in un altro spazio, dove è possibile porci altre domande:

Che cosa è questa situazione? Non è importante infatti cosa devo fare, ma chiedermi che cos’è la situazione in cui mi trovo. E’ già un enorme salto evolutivo questo, perché inserisco la capacità valutativa che mi vede pronto ad una relazione con l’ambiente, capace di leggere i contesti. Questo è il primo passo.

In secondo luogo, dobbiamo chiedere a noi stessi di più: "Cosa voglio da questa situazione?". Questo è un altro enorme salto evolutivo, che ci vede diventare responsabili in prima persona, affermando cosa vogliamo (il che significa anche aver esplorato ciò che non vogliamo!).

L’ultimo salto evolutivo, quello che definirà la comparsa di un nuovo uomo in grado di prefigurare il futuro e a cui stanno lavorando tantissimi neuroscienziati, è: qual è la situazione che voglio?"